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 La critica di Gaetano Salerno ________________________________________________(premi sul segno " PIU' " per leggere ) Riduci

 

Pietro Barbieri

ORIZZONTI INCLUSI


testo critico a cura di Gaetano Salerno

 

Con spontaneità e immediatezza Pietro Barbieri oltrepassa il muro, scardinando con pennellate fugaci e rapide le rigorose ortogonalità che avvincono mattone al mattone e immagina, oltre l’ostacolo fisico, mari e cieli “tutti freschi di colore”.

L’oggetto che definisce la barriera percettiva, il limite visuale agli orizzonti spaziali di un incessante e necessario guardare e scoprire, diviene nell’ultima ricerca dell’artista, il territorio eletto delle sperimentazioni pittoriche, il luogo del vedere e dell’intuire, il taccuino delle annotazioni, degli schizzi e degli appunti di chi ha deciso di leggere il mondo subordinando il dato fisico all’atto intellettuale e immaginativo.

La serie dei muri accoglie così, come un illimitato e diffuso affresco, le suggestioni che Pietro Barbieri ha saputo raccogliere nel corso di un’intera esistenza pellegrina entro e oltre la materia pittorica, le visioni di terra e di acqua che nel tempo si sono affastellate e sommate in un pensiero rimasto giovane e curioso, visualizzando i passi (e i passaggi) di un’intromissione nella natura che è propria del paesaggista veneziano e riporta questa produzione alle origini del gesto creativo dell’artista, ai suoi imprescindibili legami con la tradizione coloristica di area lagunare.

Aprendosi però a una svolta concettuale che rivela digressioni introspettive, evidenti quanto gli squarci operati sulle pareti dipinte, l’artista si rivolge ora alla memoria che narra con voce flebile ma decisa, alle immagini rievocate ed elaborate dall’amico tempo e che divengono, scandite dagli scorci sanguigni di una Venezia anonima ma riconoscibile, eloquenti giochi ritmici di vuoti e pieni, reminescenze impreviste e apparizioni brulicanti di vita, fugaci evanescenze, ineffabili pensieri.

Nel chiarore di una pittura parca nei toni e caratterizzata dall’uso dei bianchi che rasserena ciascun’iperbole cromatica come avverrebbe nei bagliori di un sogno mattutino, poco prima del risveglio, Pietro Barbieri riorganizza così la luce trasmettendola a ogni velatura, liberando le sue storie dall’esattezza vincolante del disegno e delle cronologie, opponendole in maniera antitetica e decisa alla durezza della pietra che invece invecchia e deperisce sgretolandosi e ponendo a diretto contatto i molti mondi fisici e metafisici che si sommano in questa ricerca, tanto effimero e superficiale il primo (evocato proprio dalla materica superficie del muro) quanto perdurante e sempiterno il secondo.

Paesaggi, barche e marine, volti, maschere, figure sfumate entro scorci urbani sono suggestioni, essenze ancora volatili, macchie e masse cromatiche (talvolta antitetiche) che liricamente cercano dimensione e definizione; tessendo così storie basate sui contrasti e sulle affinità la lunga muraglia che Pietro affresca “qua e là”, assume il significato di una lunga e ininterrotta narrazione esistenziale, la struttura di una pergamena o un fregio classico che si snoda in episodi significativi, in diacronie riassuntive per tracciare la storia di una vita, o evidenziare le molte vite attraverso le quali ricostruire queste – e molte altre - storie.

Il muro si ritira dunque sullo sfondo e, pur occludendo la tela, “gli orizzonti al guardo include” nei suoi labirinti architettonici, come linfa entro le cortecce, lasciando emergere dall’ingombro di una clausura evidente e iperbolica i nuovi sguardi, i nuovi pensieri, le infinite emozioni che la pittura di Pietro Barbieri riece a trasmettere, lasciando affiorare nell’immagine finale – e finalmente emersa, qui ricostruita e percepibile - l’afflato del respiro e il battito cardiaco dell’artista che per primo ne ha intuito l’esistenza squarciando verità oltre la metaforica cecità alla quale le pesanti pietre alludono.


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 La critica di Tiziana Pauletto___________________________________________________(premi sul segno "PIU' " per leggere ) Riduci

50 ANNI CON LA PITTURA - ANTOLOGICA DI BARBIERI PIETRO
CASA GAIA PORTOBUFFOLE’ 14 MAGGIO 2011


La partita che gioca Pietro Barbieri, di professione pittore, è far sì che la materia, pigmento e malta,
perda agli occhi dell’osservatore la sua materialità per trasformarsi in sentimento, spirito, aria e, nel far
questo, catturi lo spettatore e lo costringa a fermarsi davanti al quadro, non per un colpo d’occhio che
risolva in un’unica visione il messaggio estetico, ma che lo obblighi ad affondare insieme alle forme e a
riaffiorare con esse in una sorta di nuova dimensione, universale e allo stesso tempo personale.
Nell’ultima produzione si direbbe che l’impasto, ben più materico di un tempo, incorpori, come dice
Gasparotti, la figura, per cui dalla percezione d’insieme affiorano forme e con esse oggetti visivi, quindi
significati, a cui l’artista dà un titolo, il quale per noi fruitori deve essere la prima chiave di lettura. Poi gli
oggetti- simbolo, svelatisi, sono a loro volta colti in accezione anche diversa.
Seguiamo quindi l’antologica dall’inizio: le prime prove sono di un realismo sui generis (e non, come
qualcuno ha detto, iperrealismo, che si confonde con un movimento con il quale Barbieri non ha
ideologicamente contatti).
Emerge nei temi l’affetto per la quotidianità che circonda il pittore: nature morte costruite con gli oggetti
reperiti in casa, i palazzi e i rii percorsi ogni giorno…
Nel giro di pochi anni il dipinto si fa ben più personale e si intravede già una direzione di idee: mi
riferisco alla serie dei gialli e verdi degli anni settanta, in cui l’uso lontanamente espressionistico del
colore è sconfessato dall’accordo per mezzi toni in un intento nettamente figurativo, costante nella pittura
di Barbieri.
Si parla in questo periodo, come anche in altre occasioni, di ascendenze impressionistiche, forse per
l’esecuzione en plen air. Se esse si intendono in senso strettamente storico non mi trovo d’accordo,
perché gli Impressionisti, è vero, studiarono all’aria aperta gli effetti della luce, ma utilizzarono il colore
per fornire impressioni visive. Allargherei invece l’uso del termine ulteriormente e parlerei di interesse
verso il postimpressionismo. È infatti indubbia, in questa produzione, un’attenzione preminente per la
luce, risolta nel caso di Barbieri in un tonalismo accentuato di matrice tipicamente veneziana, puntato a
suggerire emozioni sentimentali piuttosto che strettamente visive.
Le masse, costruite senza disegno, procedono per differenza di toni (interessante l’uso delle ombre
colorate), secondo un atteggiamento di lavoro che rimane ancora oggi. Si affaccia sulle tele ora il
violetto, colore che sarà una costante nella produzione dell’artista veneziano: la tinta dolce e, se
combinata coi grigi, melanconica, fa forse affiorare un tratto del carattere di Barbieri?
Negli anni ’80 si avverte un progresso ulteriore verso quelli che potremmo definire paesaggi dell’anima e
dei sogni, in cui gli oggetti del dipingere sono immersi in biancori o nebbie lattiginose, che annullano i
contorni e le forme. A questo punto è fondamentale ridiscutere un termine che tra l‘80 e il ‘90 è stato
speso dalla critica, a partire dall’esperienza di Parigi, per quella che sarà la successiva stagione artistica di

Barbieri: la pittura chiara ed evanescente, vaporica e talcata che precede i Muri. Si è scritto per questi

lavori di Chiarismo. L’affinità chiarista, più e più volte riscontrata nelle recensioni critiche, va forse
rivista: gli Spilimbergo, del Bon, Lilloni, De Rocchi reagivano ad una realtà pittorica, come il Novecento
dal denso chiaroscuro, utilizzando una materia di fondo chiara e ispirandosi all’Impressionismo
lombardo, a Cézanne e Van Gogh. Il risultato sono paesaggi o figure umane costruite tradizionalmente,
indubbiamente dai colori tenui, ma formate dal disegno e da un utilizzo di luci e ombre ben diverso dalla
strada percorsa da Barbieri, che con varie modulazioni scioglie il pigmento e smaterializza la pasta.
Queste alcune delle tematiche che si raccontano nei dipinti e che accompagnano, rivisitate da nuove
esperienze, tutto il percorso artistico del veneziano: voli di gabbiani, cavalli in laguna, Pegaso, il cavallo
alato che è assunto tra gli astri nella nostra mitologia classica, il carnevale e Venezia ovviamente - la città
natìa non è descritta nelle sue acque, ma vive nell’aria, dove vi si scorge come sospesa- infine
Pinocchio, pensato come un giocoso e ironico autoritratto, emblema dell’uomo bistrattato che cerca di
salvarsi raccontando a se stesso e agli altri delle favole, in uno sforzo estremo di autoillusione.
Assieme ai paesaggi, i temi cari a Barbieri trovano un’espressione alta e felice negli acquarelli nei quali
traspare maggior serenità, forse perché la tecnica è veloce e costringe a sapere già che cosa si vuol
ottenere prima di iniziare, ma dà anche una grande libertà e permette di giocare con il colore che scorre a
volte in modo imprevisto. Barbieri realizza i suoi acquarelli, come del resto le sue tele, senza disegno e
perviene ad esiti massimi di felicità coloristica e compositiva, inoltre ottiene i bianchi con sapienza,
lasciando trasparire la carta, così che la composizione assume leggerezza.
A margine va annotato che se l’artista compone senza disegno, ciò non significa che esso non stia alla
base del suo lavoro: è infatti il suo allenamento quotidiano che si esercita su tutto, spesso ombreggiato
con vino o caffè.
E veniamo alla produzione recente ed attuale, i Muri.
Essi nascono come affreschi su tela: la base è di gesso acrilico con pomice, il quale assorbe il pigmento,
che il pittore rinforza con le polveri. Si tratta di una pittura veloce, da gestire al massimo in una mezza
giornata, perciò è necessario aver pensato e progettato i temi e le forme.
L’artista prende il via dalla zona centrale della tela in cui colloca il soggetto e si allarga lavorando
contemporaneamente su tutta la superficie, componendo per forme romboidali.
Prevalgono le linee oblique, che producono una sensazione di dinamismo, sulle verticali e le orizzontali.
La materia si addensa verso il centro e poi si squarcia. I colori si accostano ancora, come un tempo, per
passaggi tonali più che timbrici, anche se con contrasti maggiori. I grigi colorati, che smorzano i viola e i
rosati, danno al lavoro una connotazione fortemente meditativa e quasi nostalgica, non vorrei dire
romantica.
Ad una prima impressione, che ci porta a accostare quest’ultima pittura all’informale, bisogna farne
seguire un’altra che ci riporta al figurativo e alla venezianità.

Direi che i Muri si potrebbero accostare uno all’altro, in una serie di episodi narranti una storia che si

racconta dall’infanzia ad oggi, che ci porta a sognare di ritrovarci liberi una atmosfera che cattura sensi e
pensiero. Fanno intuire e si riprendono subito l’immagine come a dire, e in questo si scopre il Barbieri
più intimo, che ci mostriamo altri da noi stessi e viviamo nello sforzo di scoprire veli, in un’azione di
ricerca perenne, e che tutti sogniamo di essere dei Pegaso ma sappiamo di dover vivere sulla terra della
quotidianità.


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 La critica di Paolo Rizzi ______________________________________________________(premi sul segno "PIU' " per leggere ) Ingrandisci

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 La critica di Giulio Gasparotti__________________________________________________(premi sul segno " PIU' " per leggere ) Ingrandisci

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 La critica di Siro Perin_______________________________________________________(premi sul segno " PIU' " per leggere ) Ingrandisci

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